La regola del 6 ha colpito ancora, affondando per la terza volta una riforma costituzionale approvata dal Parlamento ma poi respinta dall’elettorato con lo strumento del referendum: stavolta con un 53,2% contro un 46,8%.
A cadenza decennale, a Berlusconi nel 2006 e Renzi nel 2016 ora si aggiunge Meloni 2026.
Ma cosa hanno in comune, tra le altre cose, questi tre storici insuccessi? L’aver voluto promuovere un cambiamento significativo nell’impianto costituzionale del 1948 tramite voti di maggioranza, senza un reale coinvolgimento dell’intero Parlamento.
Sembra di capire che, e stavolta si è confermata la regola del “non c’è due senza tre”, che gli elettori italiani in generale soffrano sì il cambiamento, ma soprattutto se esso proviene da una sorta di “arroganza costituzionale” per la quale esso, voluto a tutti i costi, non cerca da subito la massima condivisione.
Il che è ben rappresentato dal meccanismo stesso di revisione costituzionale: se essa è votata dai due terzi dei parlamentari, tutto è concluso e il referendum non si fa. Esso entra in gioco proprio quando, in virtù di una approvazione a maggioranza semplice, si presuppone che possa essere necessario consultare direttamente gli elettori.
Tre volte è successo in vent’anni, sempre con il medesimo risultato: una chiara sconfitta.
La revisione costituzionale promossa dal governo Berlusconi nel 2006 vide un esito ancora più clamoroso rispetto a quello odierno, con un no al 61%: ma la mappa del voto fu quasi identica a quella di oggi. Pure netta fu la sconfitta di Renzi nel 2016 (no al 59%), con una geografia diversa: le aree storiche di sinistra per il sì, tutto il resto d’Italia no. E ora, il 22-23 marzo 2026, la riforma della giustizia è stata bocciata, a grandi linee, dalle grandi città, dagli elettori più giovani e da quelli più anziani, dal sud.
Ha prevalso il “sì” nella fascia lombardo-veneta e poco oltre.
Quindi? Al netto del merito dei contenuti della riforma, sui quali naturalmente ognuno la vede come vuole, la storia recente dice che riforme così importanti devono trovare il consenso in Parlamento, giustificando il ruolo di chi vi opera, anziché procedere a colpi di maggioranza: il testo respinto ieri era uscito dal Consiglio dei Ministri ed è stato votato per quattro volte dai due rami del Parlamento senza cambiare di una virgola, alla faccia del dibattito parlamentare e della ricerca di un ampio consenso.
Dopo di che, aspettiamo ulteriore conferma, forse già nel 2036? Purché non diventi una maledizione…
