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Simone Deromedis, il ragazzo che ha domato lo skicross

Dalla gara “per gioco” a campione olimpico: la storia di un talento che non ha mai smesso di divertirsi

Simone Deromedis, il ragazzo che ha domato lo skicross
Simone Deromedis con la medaglia d'oro olimpica (foto tratta dalla pagina Facebook dell'atleta)

PREDAIA. A sedici anni, quasi per caso e senza particolari aspettative, Simone Deromedis ha scoperto lo sport che gli avrebbe cambiato la vita. “Ho provato a fare una gara con gli amici, così per divertimento”, ha raccontato ripercorrendo gli inizi. Da quell’esperienza spontanea è nato un percorso costruito con impegno e passione, guidato da una motivazione sempre più solida.

Simone oggi ha 25 anni, ha iniziato a sciare quando ne aveva 3 e a gareggiare nello sci club Anaune. La scoperta dello skicross è avvenuta all'età di 15 anni, quando gli allenatori della nazionale italiana lo contattarono e il sogno ebbe inizio. La più recente delle sue fatiche, le Olimpiadi di Milano Cortina 2026, lo ha decretato campione olimpico.

Nel suo sviluppo come atleta, racconta, l’ambiente familiare ha avuto un ruolo presente ma non dominante. Deromedis sottolinea semplicemente: “Sono sempre state idee mie, non ho mai ascoltato troppo gli altri”, nello sport come nella quotidianità. Il padre, in particolare, ha rappresentato un punto di riferimento sugli sci, ma senza mai imporre direzioni: “Mi ha sempre dato la libertà di scegliere quello che volevo fare”. Più che da figure dirette, l’influenza è arrivata da modelli osservati a distanza: atleti, sportivi in video e in televisione, in un contesto in cui la disciplina praticata da Deromedis resta ancora di nicchia.

“Sono sempre stato affascinato dagli sport estremi, adoravo e adoro il downhill in estate, lo ski cross è arrivato dopo, ed è stato una scoperta che mi ha conquistato da subito”.

Il percorso agonistico non è stato privo di difficoltà. Fin dagli inizi, Deromedis si è confrontato con competizioni di alto livello, senza categorie intermedie. “Ho dovuto subito fare gare importanti, internazionali, ma io avevo 16 anni e i miei avversari 25, prima di passare alla Coppa Europa”, spiega. La differenza fisica con atleti più maturi si è fatta sentire, così come la frustrazione dei primi risultati: “Il primo anno non mi qualificavo quasi mai.

È stato difficile, era una continua frustrazione, lo facevo solo per pura passione, mi divertivo e ci ho creduto, non ho mollato e piano piano è girata. Mi piaceva troppo per smettere”.

Piuttosto che concentrarsi sulle Olimpiadi, percepite inizialmente come qualcosa di distante, Deromedis ha costruito la propria carriera gara dopo gara: “Ho sempre guardato poco avanti, sempre e solo all’obiettivo più vicino, al presente. Se oggi finisco ventesimo e domani diciottesimo, sono contento, è già un miglioramento. Su quello mi sono sempre concentrato, perché se guardi troppo avanti sì, va bene, sei ambizioso, ma il successo si costruisce una gara alla volta».

Proprio questo approccio si riflette anche nel racconto dell’esperienza olimpica. Dietro la vittoria, infatti, si nasconde una preparazione tutt’altro che lineare. “Questo non lo sa nessuno, ma nei giorni prima non ero il favorito, e anche la mattina delle qualifiche ero due o tre secondi più lento del primo”, rivela. Eppure, nonostante i tempi, la fiducia non è mai venuta meno: “Mi sentivo bene, sapevo che potevo farcela”. E la consapevolezza interna ha fatto tutta la differenza, rispetto alle aspettative esterne.

Se volessimo fare un viaggio nella tabella di marcia di un atleta olimpico qual è oggi Deromedis, noteremmo che l’organizzazione dell’allenamento varia ampiamente tra stagione estiva e invernale, com’è ovvio. Nei mesi senza neve, il lavoro si concentra sulla preparazione fisica: cinque giorni a settimana tra palestra e pesi. “La forza e la muscolatura sono fondamentali, quindi in estate passo le giornate in palestra”, spiega. In inverno, invece, il ritmo cambia radicalmente, tra viaggi continui, prove e gare ravvicinate, nonché la presenza della neve. “È tutto un susseguirsi di competizioni, e ovviamente la priorità si dà a sciare il più possibile, tra una trasferta e l’altra”.

Anche la routine pre-gara segue un approccio flessibile.

Pur mantenendo alcune abitudini, la preferenza viene lasciata alle sensazioni del momento: “Cerco di ascoltare il mio corpo più che fare sempre tutto uguale, anche nell’alimentazione, che non è facile da gestire viaggiando per alberghi e posti sempre diversi. Cerco di assumere più calorie possibili, visto che in stagione si arriva a perdere anche 6 kg. Il mio è uno sport che richiede costante apporto calorico, lavorando sia di intensità che di velocità”.

E dopo la vittoria olimpica? Come hai festeggiato?

“Diciamo che abbiamo bagnato la medaglia e ci siamo lasciati andare, ma dopo mesi di pressione e lavoro ad alta intensità ne avevamo davvero bisogno”.

Guardando al proprio percorso, Deromedis fatica a individuare una singola persona a cui dedicare il successo o porgere un ringraziamento, un saluto: “Non perché non ci sia, ma perché sono tante, e non posso escludere nessuno, tutti sono stati fondamentali. Quindi, come ho detto anche alle olimpiadi, la medaglia la dedico al mio sport”.

E se volessi lasciare un messaggio, un suggerimento ad altri giovani che ti guardano in tv e che sognano quello che stai realizzando?

“Di provare tutto. Se hai anche solo il minimo dubbio che uno sport possa piacerti, provalo, buttati, fallo e vedi com'è. Finché ti diverti allora va bene, continua a farlo e continua a spingere, se deve andare va perché l'importante è sempre divertirsi. Per me l’inizio è stato così, tutte le volte che avevo l'occasione di fare il mio sport lo facevo, ed era già grandissimo traguardo. Mi faceva stare bene, per cui fai quello che ti fa divertire senza troppa pressione, che soprattutto da giovani c’è questo mega agonismo di fondo, se a 12 anni non sei il numero uno d'Italia e non sei nessuno chissà che succede, e invece non succede proprio niente, stai tranquillo che quello che conta viene dopo”.